LO QUE ME GUSTA


"Lo que me gusta de tu cuerpo es el sexo. Lo que me gusta de tu sexo es la boca. Lo que me gusta de tu boca es la lengua. Lo que me gusta de tu lengua es la palabra."

Julio Cortàzar -



lunedì 23 maggio 2016

LA PUTTANA IGNIFUGA

Da qualche settimana ormai mi circonda, spavaldo.
Un amore multiforme, si perché amore è una parola bizzarra ma spesso si ripresenta, a volte con lettere maiuscole, a volte abbreviato, altre volte agghindato per un ballo in maschera, molte volte è a senso unico oppure è a tempo determinato, altre volte, come questa, ha la faccia come il culo.
E’ così che mentre sto ancora tentando di riemergere dalle vischiose paludi di un dolore devastante mi ritrovo questo ramo a forma di cazzo, che s’allunga verso le mie sabbie mobili, al quale riesco, non so come, ad aggrapparmi.
Ammicca seducente con la bocca sporca di rossetto, il mio, e fa tintinnare i suoi gioielli come campanelle, s’appoggia coi gomiti al bordo del finestrino e con 76 denti mi sorride: - ciao bella, vuoi compagnia? –
Una troia.
Intendiamoci, non è che sia proprio una storia alla Romeo e Giulietta ma quest’uomo non ha paura, s’avvicina alle fiamme della disperazione con sprezzo del pericolo , quasi sfottendo l’incendio e chissà come lo controlla.
Mi provoca, mi seduce, mi lusinga e mi desidera. E’ una puttana ignifuga, in sostanza.
Me lo immagino masturbarsi lentamente guardando una foto seppiata di me seduta sul cesso mentre fumo una sigaretta e sborrare sulla carta fotografica schizzandola di bianco, e l’effetto è lo stesso di quando ci si diverte a bruciare un foglio con il mozzicone di una sigaretta.
Piccoli cerchi con i bordi che s’allargano.
Ecco, lui mi fa allargare i bordi, mi fa uscire dai contorni quando disegno con le mie belle matite colorate e mi convince a non cancellare le sbavature. Si eccita con le mie imperfezioni e mi fa ridere, perché non è solo una puttana ignifuga, ma è anche un saltimbanco in tacchi a spillo e calze a rete.
Ora è lassù, in cima al trapezio e mi guarda intenso. M’invita con la mano a salire la scaletta e a raggiungerlo per volare in capovolte e salti tripli carpiati.
Stà lì con una catsuit di latex nera e si sta giocando le palle, sicuro com’è, che io m’aggrapperò ai suoi polsi per volteggiare sprizzando fiamme come una fenice che rinasce.
Eccolo che mi urla dall’alto: - ridi e piscia sul pubblico piccola incendiaria -.
Ayse

venerdì 13 maggio 2016

LE CARAMELLE DI PICASSO

Dormiamo ora e sogniamo oscene e perverse scie di luce, sogniamo vicoli bui e lampioni rotti.

Non accettare bon bon dagli sconosciuti, dicevano, ma tu non sei uno sconosciuto, forse.
Hai le tasche piene di caramelle e allunghi la mano col palmo aperto, rivolto verso l’alto, porgendomene tre.
Una per me,  una per te e  una per le lacrime di coccodrillo.
Ingorda e golosa, ecco come mi vuoi, perché hai visto come sono, diavolo tentatore, ed è così che mi desideri, integra e disfatta, aderente ai miei neri pensieri come un tubino elegante e sexy.
Allungo le ciglia sporche di mascara per prendere la tua offerta zuccherina, mi circondi la “Vita” e m’attiri a te.
Chi è il goloso ingordo, adesso?  Ora piove oro.
Si sciolgono i bon bon e rimangono baci appiccicosi e scurrili, turpi.
Facciamo scempio dei nostri corpi e poi li ricomponiamo come un puzzle.
Un  seno a te, attaccato ad una mano,  un cazzo a me in mezzo alla fronte a fottermi il cervello ( concetto davvero troppo sfruttato ma che rende l’idea) un braccio tuo al posto del mio così posso toccarmi con la tua mano, che lo sappiamo che così è più bello,  le tue labbra al posto delle mie si baciano sbavando, siamo  un Picasso.
Chissà se Pablo ci avrebbe dipinti così, oppure  come puttane,  come le Damoiselle d’Avignon.
Se te ne vai, torna.
Portami di nuovo i tuoi confetti e infilami in bocca cazzo e bon bon.
Perché niente è osceno veramente e  tutto diventa luce bagnata, i capelli come zucchero filato me li puoi leccare con la lingua.
Non smettere di sputare  e  di farmi mangiare le tue parole indecenti, volgari e dolci come caramelle alla fragola.


Dormiamo ancora, fino alla prossima volta,  e sogniamo ora oscene e perverse scie di luce

Ayse

martedì 5 aprile 2016

LULU'

Lulù ha ancora negli occhi il rituale del compleanno della giovane ragazza con le mani dipinte d’arancio dall’hennè e  gli odori del mercato delle spezie,  le mucche al pascolo lungo le strade deserte della Cappadocia, terra dai vini forti e rossi.
Attraversano la sua mente i ricordi dei  Caravanserai con dentro, alieni ed estranei intrusi,  i distributori di Coca Cola, del paesino di Göreme con i suoi bambini vocianti e dei suoi camini di fata, dei vitelli e delle galline che corrono per i viottoli la mattina presto, della zuppa di lenticchie profumata di menta; e Alì, Fatma, Selma, il vecchio rattrappito fagiolo di cacao, deliziosi involtini di riso, vite e melanzane viola brillante  e molte altre storie e persone.
La uno verde che li ha portati lì, in Turchia, attraverso strade sterrate, lungo uno specchio d’autostrada infinita d’argento liquido, su per  tornanti e stradine a picco sul mare,  procede veloce verso sud.
Devono fermarsi qualche giorno, sono stanchi e hanno voglia di riposo e di spiagge assolate.
Lulù cammina scalza.
Lulù cammina scalza nell’arancio del tramonto.
Lulù cammina scalza e porta un lungo abito attillato con sottili spalline, un abito color della spiaggia turchese, puntinato di piccoli fiori rossi.
Ha i capelli rasati a zero, una farfalla tatuata sul braccio sinistro e va indolente  verso il centro del paese nel deserto del calar della sera.
E’ diretta  verso  uno dei tavolini colorati del Mavi bar, a Kaș , con la sua birra e la sua backed potato in mano.
Passeggia sul lungomare che a tratti assomiglia al Malecón cubano assaporando la sua cena nel tramonto turco. Dopo qualche giringiro si siede e ordina ad Alì il suo primo raki, una bevanda dal sapore dolciastro di anice, simile al pastis francese o all’ouzu greco.
Il suo strano compagno di viaggio, Serge,  è rimasto in stanza a rollarsi canne di marijuana presa da un giovane americano, tale John, spedito con un calcio in culo e un sacco di soldi, in giro per il mondo dal padre, che lo sovvenziona nei suoi viaggi pur di non averlo tra i piedi per un po’.
Serge se ne sta lì, dunque, rintanato a leggere i suoi libri sulle tradizioni ebraiche e a perdersi nel fumo.
Si sono fermati a Kaș a riposare per qualche giorno dopo un lungo peregrinare per le strade saracene.
Di fianco a Lulù, al tavolino azzurro del Mavi bar,  viene a sedersi un uomo. Un bell’uomo alto, completamente rasato, abbronzato, con occhiali da professore e fisico da atleta. La sua pelle è dorata dal sole.
Si chiama Peter, è olandese ma vive a Roma dove insegna.
Iniziano a chiacchierare e dopo qualche ora lei si ritrova ad asciugare le sue lacrime.
La fidanzata, fotomodella di professione lo ha lasciato per telefono e a Lulù non rimane che porgergli la sua piccola spalla tornita per farlo sfogare.
Potrebbe andarsene, lasciarlo lì col suo dolore, ma non è nella sua natura. Lei accoglie, consola, dona, è compassionevole e prova empatia.
E’ una sorta di Madonna dannata.
Lulù non supera il metro e cinquantadue, ha forme abbondanti, una vita sottile e grandi e liquidi occhi verde foglia ombreggiati da lunghe ciglia nere.
Sono ali d’uccello le sue ciglia, che le svolazzano intorno.
Lo guarda attentamente e con dolcezza, mentre lui si asciuga le lacrime.
Piano piano Peter si calma e il raki comincia a fare effetto ad entrambi.
Alì, il cameriere del Mavi bar, le getta occhiate di fuoco. Anche lui è bello, ma di una bellezza più selvaggia, animalesca, primitiva, ha lunghi capelli neri e un sorriso furbo, da felino. 
Intanto cala la sera su quel paesino bianco di mare, tanto simile ad alcuni luoghi in Puglia dove le case sono d’un chiarore abbagliate e i fiori hanno colori e odori che stordiscono per la loro intensità.
Decidono di fare una passeggiata. Si tengono abbracciati, lui è altissimo, lei  senza scarpe gli arriva a malapena all’altezza del petto.
I polsi e le caviglie esili di Lulù tintinnano al suono di braccialetti d’argento e cavigliere coi campanellini.
Ogni tanto Peter lancia occhiate alla generosa scollatura di lei che mette in mostra un seno sodo e abbondante.
E’ un essere sovrannaturale, Lulù, in quell’ambientazione dove non ci sono donne in giro per la strada, ma solo uomini seduti fuori dalle case a bere the e a fumarsi le ore del giorno  e della notte.
Quelle poche femmine che riesce a scorgere dietro alle finestre indossano lo chador e sono coperte dalla testa ai piedi. Lavorano nei campi, nelle piccole pensioni ma non le si vede mai. I loro mariti oziano e parlano stretto stretto nella loro lingua lasciandosi scappare l’anima in lente spirali di fumo.
Lulù le ha osservate il giorno prima farsi il bagno nel mare,  quelle donne, vestite come nere alghe fluttuanti, solo gli occhi a distinguerle dagli scogli e dalle onde scure.
Ogni tanto  incontra qualche ragazza vestita all’occidentale, studentesse che non hanno paura di baciarsi per strada, che fumano. Una di loro si chiama Selma, le insegna qualche parola in turco, la istruisce sui numeri e su come chiedere una birra.

Prova istintiva simpatia per lei e insieme passano alcune ore in spiaggia chiacchierando in inglese.

L’olandese e la piccola Lulù arrivano all’anfiteatro passando per il porto. Lei si lascia accompagnare docilmente da quello sconosciuto.
E’ una notte senza luna. Il cielo è nero e profondo e trapuntato  di stelle che  compaiono alla velocità della luce e risplendono intensamente, centinaia, migliaia, milioni di stelle, come Lulù non ne aveva mai viste.
Si siedono sui gradini di pietra antica dell’anfiteatro e iniziano a toccarsi, a baciarsi.
Lui inizia a scoparsela lì, in quel luogo arcaico,  tra le rovine della culla dell’umanità.
E’ violento, suda e sorride e a Lulù duole la schiena appoggiata com’è al duro marmo.
Il suo è un fiore asciutto, dai petali chiusi, non sente il calore irradiarsi né la rugiada bagnarlo.
Peter decide di portarla nel suo appartamento, un bugigattolo diroccato e disordinato con un letto disfatto e calzini spaiati e magliette sbiadite gettate ovunque.
Lei nota che il petto di Peter ha qualcosa di strano, ha come dei rigonfiamenti. Non chiede niente, si lascia sbattere ancora. Lo accarezza gentilmente sperando di riuscire ad avere un po’ di dolcezza.
Lulù non prova piacere, mai. Non sa perché permetta che la prendano così. Non è la prima volta che le capita. E’ come se avesse  sempre fame e non riuscisse mai a saziarsi.
Peter viene ululando dentro un preservativo XL, Lulù nota la scatola sul comodino sgarrupato. Fortuna che è un ragazzo previdente, lei non ci aveva proprio pensato alle precauzioni.
Interrompe il contatto fisico, lui.
E’ in bagno, si sciacqua. Lei rimane distesa e guarda le crepe sul soffitto cercando di entrarci dentro come se fossero un varco spazio - temporale.
Quando Peter torna la porta sul tetto del caseggiato dove l’aria è fresca e dove la birra calda si mischia al raki.
Lulù decide che è ora di andare. Lei fa sempre così, resta, si dona, si lascia consumare e poi senza chiedere nulla se ne va.
Scende le scale della notte e ritorna al Mavi bar. Alì sta mettendo le sedie sui tavolini, è ora di chiusura. Lulù chiede un’altra birra, lui gliela porta e nel suo inglese stentato le dice di aspettarlo.
E lei lo aspetta.
Il turco le piace, Lulù è attratta da quella bellezza orientale, da quegli occhi di brace grandi e neri, d’un nero sfumato di grafite.
Si siede sul muretto del lungo mare e lo guarda mentre chiude il locale. Lui ogni tanto le lancia occhiate boomerang, le getta gli occhi addosso e poi se li riprende,  e sorrisi maliziosi, che le svolazzano intorno come pipistrelli o come falene.
La prende per mano e la porta sulla spiaggia di sassi.
La stende sul lettino, le sfila il vestito turchese e il perizoma e mentre il mare rumoreggia forte lei soccombe sotto i colpi di Alì.

Una mareggiata è in corso, si è alzato un vento forte.
L’uomo sbatte contro di lei come le onde sulla battigia, violento e fragoroso.
I suoi lunghi capelli scuri come piume di corvo le coprono la faccia, le solleticano il petto nudo e ansante. Spruzzi d’acqua la raggiungono, sente le gocce salate e fredde come ghiaccio sulle gambe nude.
L’uomo pensa al suo piacere, lei pensa alla risacca e agli scogli color dell’ossidiana che riesce a scorgere da lontano incastonati nel buio come neri diamanti.
Le viene dentro senza preamboli. Schizza forte, la riempie, come lava bollente che erutta da un vulcano.
La mattina dopo Lulù lo vede alla spiaggia con la sua fidanzata, si tengono per mano, non la saluta nemmeno. 
Lulù sbatte gli occhi schiariti dal sole, sembrano pozze di acquamarina appena appena increspati da un soffio di vento.
Occhi limpidi.
A guardaci dentro si potrebbe vedere il fondo sabbioso della sua anima ferita.
Peter si stende accanto a lei e con le tempere le disegna un arcobaleno sulla schiena. Lo chiama body painting. E’ strano come cambino le persone alla luce del sole.
Il giorno le restituisce il sorriso gentile dell’olandese, nascondendo l’animale della notte che l’aveva presa come un leone da dietro, senza riguardi, senza umanità.
Lulù gli chiede del suo petto. Lui le spiega che ha dovuto fare una mastectomia perché gli cresceva il seno. Può scorgere le piccole cicatrici sotto i pettorali, le accarezza delicatamente quasi a volerle cancellare.
Nel pomeriggio torna al Mavi bar, Alì la trascina a casa sua.  Lei si lascia portare.
Abita in una specie di soffitta di legno scuro che puzza di chiuso, di sporco. La bocca del turco sa di medicinale, di colluttorio, è appena stato dal dentista. 
Glielo spiega a gesti.
La scopa di nuovo senza riguardi, le fa male questa volta, e ancora la riempie del suo seme abbondante e appiccicoso, che bianchiccio, scivola lungo le cosce offese di Lulù.
Lei chiede di farsi una doccia.
Lulù lavata dall’acqua.
Lulù purificata.
Lulù l’agnello sacrificale dal quale ripulire il sangue offerto in sacrificio.
In sacrificio di cosa, poi, non lo saprà mai.
Quale colpa deve espiare?
Sotto la doccia costruita in maniera approssimativa, osserva impietrita lo scarafaggio dal carapace nero e lucido che zampetta nello sgabuzzino adibito a bagno.
Esce dalla tana di Alì quasi correndo con le lacrime che le bruciano gli occhi.
Ha paura.
Ha paura di essere rimasta incinta.
Ha paura di essersi presa l’hiv.
Ha paura di se stessa e di quello che può fare quando le ombre si impossessano di lei e le tolgono il raziocinio.
Lulù la pazza, Lulù l’incauta, Lulù la pecora nera della famiglia, ribelle solo a se stessa.
Lulù è così, si lascia scopare per scacciare la paura e poi ha paura di nuovo e si domanda perché si è lasciata scopare.
Lulù è una cagna gentile che si morde la coda.
Passa la serata in compagnia di parecchi raki, torna dal suo compagno di viaggio, Serge,  protestante valdese gentile, dolce, simpatico.
Da lui non si lascia scopare, con la gentilezza Lulù non si sa rapportare. E comunque Serge non ci ha provato neanche a farsela, la rispetta forse, più probabilmente non è attratto da lei.
Lulù non ha una grande autostima e propende per la seconda ipotesi. 
Si stordiscono di canne, lui le insegna a capire Singer, le scrive una lista di libri da leggere, discutono di politica e di soldatini di piombo dipinti a mano e decidono che il mattino dopo sarebbero ripartiti seguendo le ultime tappe  del loro  piano di viaggio.
A Kaș Lulù lascia pezzi di se stessa disseminati lungo la battigia.
Le sue mutandine leopardate, alcune perline sfilatesi da una collanina che si è rotta durante l’amplesso con Alì, un orecchino con una piuma turchese. 
Le donne ottomane, con i loro immensi veli neri, impegnate a preparare, su pietre roventi appetitosi Gözleme di prezzemolo e formaggio di capra, troveranno questi segni, questi cocci, queste schegge, questi frammenti di Lulù, disseminati sulla spiaggia .

Una canzone si spande nell’aria:

“Balla
balla signorina nella notte
nella carovana che è passata
c'eran tante collanine rotte
dalle botte
della vita.
Scappa via da questa gente consumata
dalla gabbia della madre e la puttana
c'è una porta per tornare ancora indietro
piccolina
signorina … “

A casa, in Italia, Lulù si porterà in regalo i condilomi presi da Alì.
Fortunatamente nessun’altra malattia venerea, né figli.
I colori, gli odori, i sapori della Turchia le rimarranno per sempre nel cuore.
I camini di fata, la valle di Ihlara, la spiaggia turchese, la torre di Galata, il ponte sul Bosforo, le piscine calcaree di Pamukkale, i bambini sporchi e scalzi di Kayseri con le loro bilance in mano per far pesare i turisti in cambio di poche monetine, la Moschea Blu, resteranno per l’eternità impresse sulle foto che Lulù ha fatto durante quel mese in Turchia.
Ricorderà a lungo  l’hammam di Pergamo dove un uomo risecchino come un fagiolo di cacao la massaggiò con la forza d’un lottatore di wrestling usando federe di cuscini, le nascoste grotte scavate nella roccia con le raffigurazioni bizantine a cui i musulmani avevano grattato via gli occhi.
 …. Alcune volte ci pensa, vorrebbe poter grattare via anche lei certe cose dal suo cuore, ma le rimane sempre tutto attaccato addosso per quanto ci provi a lavarsi via l’anima.
La sepolta testa di Medusa nella Cisterna Basilica di Instabul,  l’Harem con le armature dei Giannizzeri, i gioielli delle concubine del Sultano, i tralci di vite e gli involtini di riso e melanzane le ritornano in mente durante la traversata burrascosa sul ponte della nave, mentre mangia carne in scatola  nascosta dentro il sacco a pelo, di fianco al suo strano compagno di viaggio che in un mese l’ha vista distruggersi senza mai dire una parola, senza mai giudicarla, cercando di infonderle cultura e serenità.
Una foto mossa le rimane di quei volti della spiaggia di Kaș.
Ogni tanto Lulù la guarda.
Nell’istantanea Peter guarda Alì che sorride all’obbiettivo, Selma si sbraccia dietro di loro.
Lulù, sta facendo lo scatto. Ricorda che ha preparato lei l’inquadratura e ha ritratto il momento in cui tutti si stavano muovendo creando nella foto luminose strisce colorate. Una foto psichedelica d’una estate psichedelica.

Del resto ognuno è andato poi per la sua strada.

E’ una creatura strana Lulù, si dà, si concede, si lascia usare, si spreca e sorride, d’un sorriso triste e dolente.

A volte piange, ma continua a vivere, andando avanti, andando oltre.

Ayse


 

Femminilization







martedì 29 marzo 2016

FRAGOLE

FRAGOLE 
Era il compleanno di Anna  e il suo regalo era quel viaggio  tra le braccia di Giovanni. Stava andando al mare. Buttò in valigia il bikini giallo limone. Portò le sue corde rosse. Portò le fragole e le autoreggenti rosa a rete che aveva sognato di fargli indossare e le scarpe di pitone che aveva comprato in quel negozio per travestiti , sapendo che probabilmente non sarebbe mai riuscita a fargliele mettere. Era consapevole che l’accostamento tra calze a rete rosa e scarpe di pitone era ridicolo, ma l’aveva scelto apposta. Lui le aveva detto: per il tuo compleanno puoi farmi quello che vuoi , Anna. La stanza era assolata. L’uomo  si fece legare. Glielo concesse nonostante il suo temperamento impetuoso e dominante. Sembrava  docile e remissivo. Anna si perdeva nei ricami di cotone esplorando quel corpo perfetto di maschio. Un corsetto di corde cingeva il torace muscoloso  e asciutto. Un semplice giro di corde ricamato sul torace, niente di contenitivo, niente che gli bloccasse braccia e gambe, queste erano state le sue condizioni e lei le aveva accettate. Lo fece sedere sulla sedia, di fronte alla finestra. Prese ad infilargli le calze. Percorreva quelle gambe lunghe e elettriche con studiata lentezza, per godersi quel momento. Era meraviglioso. Rimase nuda in controluce, davanti alla finestra,  vestita del suo bikini giallo, a guardarlo. Nei suoi occhi scorse un scintilla, ma forse era solo un bagliore, un riflesso  del sole sul vetro che baluginò sul volto dell’uomo. Si inginocchiò e si mise i piedi del maschio in grembo. Li carezzò con amore e gli infilò le scarpe di pitone. Il tacco era altissimo. Si sedette sulle sue ginocchia e iniziò ad imboccarlo con le fragole sporcandogli la faccia. La fica a contatto contro le sue cosce si bagnò. Cominciò a strusciarsi avanti e indietro sulla sua erezione, bagnadogli il cazzo con i suoi umori. Lo sentì fremere, non era così tranquillo come sembrava. Gli leccava le labbra , le guance, sporche di rosso. Una folata di vento spostò le tende, lei si distrasse. Lui si alzò di scatto e la costrinse a terra. Lei aveva  commesso un errore fondamentale concedendogli la libertà di movimento.
La guardò con un sorriso divertito.
-        Per il tuo compleanno, se vuoi, puoi leccare il tacco di queste scarpe, donna –

(Ayse)


mercoledì 23 marzo 2016

CHIODI

La mattina si sveglia
Con quel nodo di nostalgia in gola
Come un foulard che stringe troppo
Tenta di allentare la stretta
Sorridendo al sole
Ha tolto le staffe
Da tutti i suoi io
E adesso le scivola via l’anima
Senza un appoggio
Dorme
S’alza
Esce
Cammina
… troverà la strada
E nuovi chiodi

Per la sua croce.

Ayse


martedì 22 marzo 2016

M.M

Piove, piove, piove. Non ha alcuna intenzione di smettere. Marzo fottuto. La primavera non sembra avere nessuna voglia di arrivare a consolare e scaldare.
I vetri  delle finestre sono rigati di pioggia che scivola via in larghe gocce grasse e panciute, pesanti. Freddo e umido.  Si passa una mano tra i capelli corti come a scacciare la ragnatela appiccicosa d’un pensiero fastidioso.
Non può più stare chiusa li dentro. Deve uscire prima di diventare pazza. Da mesi vive rinchiusa tra quelle quattro mura aspettando non si sa cosa, guardando sempre lo stesso film, compiendo gli stessi gesti rituali, ossessivamente.
Corre in bagno e si butta sotto la doccia prima che l’impulso di uscire le passi lasciando il posto all’apatia e alle solite paranoie.
S’insapona sfregando forte, arrossandosi la pelle, ricoprendosi di schiuma morbida e profumata lasciandosi frustare dal getto potente della doccia bollente.
Rimane ad occhi chiusi per un po’ sotto l’acqua sperando che le lavi via di dosso la frustrazione e la tristezza degli ultimi pesanti e angosciosi mesi.
Si sente un po’ rigenerata, lentamente si spalma su tutto il corpo una crema profumata e si strofina i capelli arruffandoli.
Passa un tocco leggero di matita nera a sottolineare il contorno dei grandi occhi verdi e mette appena un velo di rossetto rosso.  Sono gesti che non compie da tanto tempo, non ne aveva avuto voglia, non sentiva il bisogno di farsi bella da un bel po’.
Non perde molto tempo a vestirsi: jeans, stivali neri, maglietta nera e un maglione nero col cappuccio. Afferra il suo giubbotto di pelle vecchio e sgualcito che la fa sentire tanto al sicuro e che le sembra sempre che l’abbracci ed esce quasi correndo, come impaurita che i fantasmi, gli incubi e i deliri le possano correre dietro afferrandola e riportandola in casa, in prigione, tra sbarre di ricordi e di lacrime.
Sembra telecomandata. Sale in auto e va verso il Frida, chissà poi perchè. Il locale è un vecchio ritrovo dove servono salumi spagnoli e assenzio. Entra imbarazzatissima. Spera che nessuno noti quanto sia disabituata ad andare in giro da sola per locali e si siede ad uno sgabello vicino al bancone.
Ordina vino rosso. Le viene servito in un bel bicchiere panciuto, un baloon sensuale. Il rubino del vino la ipnotizza. Dopo i primi due sorsi inizia a rilassarsi e a scaldarsi. Osserva le persone, cerca di indovinare le interazioni, ascolta i discorsi senza farsi notare. E’ curiosa  e avida di vita, di gente, di parole. Le pare che l’involucro vischioso in cui si sente rinchiusa da un pezzo si stia spaccando lasciandola scivolare finalmente fuori, nuova, pulita, splendente.
La barista si lamenta di due avventori maleducati e le fa dei gesti d’intesa. Sorride e alza gli occhi al cielo provando empatia per quella ragazza che tutte le sere sopporta gente d’ogni tipo. Si crea una sorta di confidenza per cui ogni tanto scambiano qualche frase. Si sente meno sola e meno impacciata.
Il vino la illanguidisce e la rende curiosa. Gli occhi ora vivaci e luminosi guizzano di qua e di là affamati di visioni.
Nel trambusto delle voci e delle risate che la distraggono all’improvviso s’accorge d’una presenza al suo fianco. Non s’era  affatto resa conto dell’arrivo di un uomo che s’era seduto proprio sullo sgabello vicino al suo.
Fin’ora lei e la barista s’erano create un loro micromondo in cui nessuno era penetrato un po’ perché  gli avventori s’andavano a sedere ai tavolini e un po’ perché era ancora troppo presto perchè il locale fosse affollato così tanto da riempire tutti i posti.
Ma torniamo al nostro uomo. Il fatto è che è pieno di uomini il bar, ma quello li emana una forza strana che catalizza la sua attenzione.  Non è bello nel senso classico del termine ma è maschio.
Ha spalle larghe e un torace ampio di quelli su cui addormentarsi dopo la passione.
Ha una bella barba che lo rende decisamente selvatico. Come lei anche lui è  vestito semplicemente, con pantaloni  con le tasche e felpa scura col cappuccio.
Si rivolge gentilmente alla barista chiedendo un whisky “Oban” che lei non ha sentito mai nominare.
Mentre allunga la mano per prendere il suo bicchiere inavvertitamente urta il  vino facendolo ondeggiare pericolosamente.
Lei lo afferra per evitare che si rovesci e nel farlo gli sfiora le  dita. Una corrente elettrica scorre subito su per il braccio fino ad arrivarle in testa, direttamente in mezzo agli occhi.
Le chiede scusa con un sorriso e lei improvvisa una frase sconnessa, imbarazzata com’è da quel contatto inaspettato.
Finisce il suo vino e ne ordina un altro abbozzando un cin cin in direzione della barista che le risponde facendo tintinnare il collo della bottiglia della sua birra e coinvolgendo nel brindisi anche il bel tenebroso.
Inizia così una danza di sguardi e di mezzi sorrisi accennati, di battutine tra le due ragazze e l’uomo col cappuccio.  Il tempo passa piacevolmente e ora sugli sgabelli si chiacchiera amabilmente anche se non sono ancora state fatte le presentazioni ufficiali. Lei si accorge che piano piano sta diventando più maliziosa, sta flirtando e se ne compiace, ha dimenticato il sapore di  quel gioco delizioso.
“Devo fare pipì” esclama con allegria rendendosi poi conto di quanto fosse poco elegante la sua uscita in un contesto di estranei.
“Evviva” esclama la barista oramai sempre più impegnata a preparare cocktails e a servire bibite.
L’uomo invece a quella frase s’incupisce e lei nota un guizzo negli occhi scuri, come un luccichio perverso. Lo sente ripetere a bassa voce, come se la assaporasse,  quasi tra sè e sè, la parola “pipì”.
Si accorge che ora la sta guardando fisso e quasi pensieroso, come se stesse decidendo qualcosa di importantissimo.
Turbata si alza per andate in bagno e sente il suo sguardo bucarle la schiena.
Si gira un secondo per lanciargli un’ ultima occhiata veloce e i loro occhi s’agganciano. Le batte forte il cuore sono anni che un uomo non la osserva così, le sembra davvero desiderio quello che ha percepito.
Corre a rifugiarsi nella toilette.  Entra in fretta nel bagno, chiude la porta e vi sì appoggia con la schiena. Si sente una bambina in gita. Si guarda allo specchio e si mette a ridere da sola ripensando al suo comportamento infantile.
Si tira giù i jeans e si siede sul water. D’improvviso la porta si spalanca e si ritrova davanti l’uomo misterioso. Ma come cavolo … non aveva chiuso a chiave nella confusione del momento!!!!
Lui entra e si richiude la porta alle spalle. 
Dovrebbe cercare qualcosa da tirargli addosso. Si domanda se sia opportuno iniziare ad urlare a squarciagola chiedendo aiuto.
Cavolo, è un maniaco, l’ha seguita nel gabinetto e ora chissà cosa vuole farle. Dovrebbe reagire e tentare di cacciarlo.
E invece niente, se ne sta li con i pantaloni calati fino alle caviglie, seduta sul water, a guardalo.
Ha una espressione completamente rapita.
Piano piano si avvicina a piccoli passi.
Non parla, ha il respiro corto, è chiaramente eccitato, si vede dal rigonfiamento del cavallo dei suoi calzoni cargo.
Poi, finalmente, parla. Rompe il silenzio e le parla con voce bassa e profonda, incredibilmente rassicurante nonostante la situazione.
Le dice il suo nome. Michele, si chiama Michele. Cerca di tranquillizzarla dicendole che ha solo assecondato l’impulso di seguirla senza nessuna intenzione di farle del male.
 Dice che gli piace, che la trova  molto bella e sexy. Dice anche che vorrebbe chiederle una cosa ma che non vuole spaventarla o metterla in difficoltà.
E’ confusa, imbarazzata e un po’ preoccupata ma allo stesso tempo è incuriosita e terribilmente eccitata da quella situazione potenzialmente pericolosa. Si chiede se lasciarlo fare.
Vuole vedere dove vuole arrivare, dove vuole andare a parare. E poi le piace un sacco, le piace tantissimo quell’uomo.  Ora chiusi insieme in quello spazio angusto possono quasi palpare l’attrazione che c’è tra loro.
All’improvviso, rapido e fulmineo fa un balzo in avanti e le prende il collo stringendolo con una mano e spingendola con la schiena contro il muro.
Si china su di lei e la bacia, la bacia appassionatamente. Spinge con la lingua contro i suoi denti bianchi per trovare un varco nella  bocca calda e profumata di vino. Le dita stringono abbastanza forte il collo da toglierle il respiro o forse è quel bacio a levarle il fiato?
Trema tutta, è disorientata e le sue mani tentano di spostare indietro l’uomo che la sovrasta, ma senza successo. E’ più possente e più grosso di quanto appaia e tentare di spingerlo è come provare a muovere un grande albero secolare.
La sua lingua è bollente e morbida e ha il  sapore dolce del liquore, la invade tutta e si ritrova a ricambiare il bacio stupita dalla sua reazione, e’ eccitatissima. Forse è sufficientemente brilla da potersi permettere una sana incoscienza.
Si stacca e la lascia libera, le toglie la mano del collo bianco e l’aria, densa dell’odore di lui, le riempie di nuovo i polmoni.
Ricomincia a parlare.
Dice che ha un desiderio, una fantasia. Le dice che gli piacerebbe davvero da morire stare a guardarla mentre lei fa pipì e che gli piacerebbe anche poterla leccare.
Pensa in fretta.
Scappare?
Colpirlo sotto il naso?
Urlare?
Perché?
Non si sente minacciata, si sente emozionata ed eccitata.  Ma è una follia!!
E’ una cosa da matti, è pericoloso, è da fuori di testa!!
Eppure sente che qualcosa dentro di lei scatta, si sta arrendendo all’irrazionale, si sta lasciando andare alle sensazioni.
Tira un profondo sospiro e lo guarda dritto negli occhi con aria di sfida. Le sorride di rimando. Sta li dritto in piedi, appoggiato alla porta con le mani nelle tasche.
Forse nasconde un segreto, oppure soltanto caramelle e monetine.
Senza dire nulla, inizia a far pipì.
Piano piano, calibrando il getto e tenendo bel allargate le gambe in modo che lui posso guardare meglio la pioggia dorata che  in un piccolo rivolo inizia a cadere.
Inizia a strofinarsi l’uccello con la mano da dentro i pantaloni, lei riesce a vedere il gesto nascosto dalla stoffa.
Tira fuori le mani dalle tasche e si slaccia prima la cintura e poi i bottoni e lascia scivolare fuori il suo cazzo, un bel cazzo, tutto dritto e ben fatto.
 Inizia a maneggiarlo su e giù ritmicamente, una danza ipnotica, un balletto sensuale come un tango,  mano e membro allacciati in un vortice sensuale.
Continua a pisciare e lui s’avvicina puntandola con l’uccello in mano.
Le si siede sopra, le si mette in braccio, faccia a faccia, facendo attenzione a non pesarle addosso.
Infila il cazzo in mezzo alle sue cosce così da metterlo direttamente sotto il getto d’urina. Goccioline dorate schizzano sui peli del suo pube. Luccicano sotto la luce fluorescente del bagno del locale. Una doccia bollente lo investe.
L’uomo chiude gli occhi e si gode la sensazione dello scroscio sulla pelle tesa e lucida del suo membro mentre lo sfrega contro le labbra aperte e bagnate della fica.
Lo attira a sé prendendolo per le natiche, vuole odorarlo, vuole baciarlo ancora come prima.
Quando si esaurisce il getto lui si alza in piedi, le spinge la nuca in avanti con una mano e con l’altra le infila il cazzo in bocca.
Bagnato d’urina e dei suoi umori lo succhia avidamente, lo lecca, lo ingoia. Ora è affamata, avida, non si fa più nessuna domanda.
Si stacca interrompendo quel contatto così intimo e la tira in piedi, la fa alzare dall’asse e le circonda la vita con un braccio attirandola a sé.
Le accarezza il culo con la mano libera, scorre sulla pelle nuda e lentamente s’insinua nella fessura umida suo sedere, sfiorandole l’ano con le dita .
Sente subito una contrazione.
Sposta la mano davanti senza mai staccare da sé il corpo della ragazza. Un passo alla volta l’ha spinta contro il muro e ora la sta schiacciando con il peso del corpo, aderendo completamente a lei, sfregandosi contro di lei.
Tuffa le dita nella sua fica bagnata .
Lentamente inizia a masturbarla sorreggendola. Le gambe le tremano, lui la sente. Le bacia il collo, il petto, e intanto la tortura con le dita. Ora sono tutte bagnate di lei e può di nuovo spingersi verso il suo obbiettivo principale.
Con l’aiuto degli umori diventa molto più semplice infilarsi in quel buco così stretto e timido. Il  dito entra un poco, poi ancora di più. Con calma si spinge sempre più in profondità senza forzare, finché non la sente rilassarsi e accettare quel massaggio inebriante.
Le dita diventano due. Poi tre. Ora lei sta ansimando forte aggrappata al suo collo.
Il suo respiro caldo gli sfiora la pelle e la sente sussurrare preghiere e implorazioni.
Margherita. Si chiama Margherita. Glielo sta mormorando tra un sospiro e l’altro.
D’un tratto smette di toccarla. Respira forte, si concentra, la guarda deciso. Le tira su i pantaloni, allaccia i suoi. Lei è confusa e carica d’elettricità. Si sta chiedendo come mai lui si sia fermato così repentinamente.
Tenendola per mano la trascina fuori da quel bagno angusto.
Attraversano il locale quasi correndo e si tuffano nella notte.
Lui ha bisogno d’un letto per incularla, per leccarla, per scoprirla. Lei ha bisogno  di scuotersi di dosso l’incredulità d’aver scovato quell’anima affine per potergli  mostrare con calma, con pazienza, con tranquillità tutto quello che vuole fargli per farlo godere.

Gli animali della notte corrono verso una tana.

(Ayse)

mercoledì 24 febbraio 2016

RED RED WINE

... E poi ci sono certe bottiglie di rosso che non ce la possono fare, devono mandarti a 

cagare e frantumare ogni 

parvenza di decenza tu ti sia imposta. Niente di che,bastano due bicchieri e fanculo all'auto 

convincimento... 

Che poi lo scopo principale era il rilassamento...F.

martedì 23 febbraio 2016

FUORI DALLA TUA GIORNATA



Suona un clacson. Mi scuoto e ritorno in me. Mille volte al giorno. Come d’improvviso sparisco qualche minuto. Mi proietto. Una porta spazio –temporale e ti vedo. Seguo i tuoi passi. Ascolto la tua voce. Vedo nello specchio l'espressione. Quella smorfia solo tua di quando ti rimiri. Persa in un buco nero volteggio senza gravità. Quel gesto con la mano. Quel sorriso strano. Guardo l’orologio. E’ l’ora in cui esci. Sento il rumore della doccia, sei tornato da quell'impegno. Squilla il cellulare, cado su un gradino e torno nel grigio del marciapiede, fuori dalla tua giornata. Sovrappensiero ti guardo accendere il camino. Immaginandoti. Il divano, il terrazzo. In cosa sei indaffarato?Un altro clacson. Con un boato ritorno indietro. Le giornate scorrono così. Interrotte. Riprese per i capelli. Sconnesse. In bilico tra realtà e memoria immaginata.
F.

mercoledì 17 febbraio 2016

PASSEGGIANDO

Quella passeggiata lunghissima
Passo dopo passo
Mano nella mano
Mi portava lontano
Ci portava lontano
Un sogno camminante
Un’ andata e un ritorno
Ci giravamo intorno
Aggrappati alle nostre ciglia
E ai nostri sorrisi
E mentre coglievo un fiore
Ho visto sparire la tua ombra
Non mi copriva più
Ho girato l’anima
Scrutava il vuoto
L’ha detto al cuore
Lui s’è inginocchiato
sull’asfalto grigio
che da marciapiede
è diventato un fiume salato
di lacrime versate …

F.

lunedì 15 febbraio 2016

SONO DI VETRO

Sei dietro l'angolo come un demone in agguato, se mi distraggo, passa un secondo, sono di nuovo impietrita in preda al panico, e il dolore sale e mi assale e vomito rabbia e tormento e inciampo e barcollo e mi spavento, scappo, piango, inverto la rotta torno indietro ...non ho scampo ... mi crepo sono di vetro...

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martedì 9 settembre 2014

LA MATRIOSKA


LA MATRIOSKA


Vivo dentro, in fondo in fondo, dove nessuno o quasi ha mai il coraggio di andare, troppo buio, troppa fatica, troppo sudore, meglio restare in superficie e immaginare senza smontare, senza scavare, l’intensità è dura da trovare, come oro o petrolio, e costa sudore e determinazione.
E così eccoci qui, mi hai fatto uscire allo scoperto, ti sei tanto impegnato, eri tanto proteso che ti sei infilato dentro e mi hai trascinato, sono venuta fuori dal cuore del mio rifugio componibile, fatto di pareti di carta e di corde di canapa, una me stessa dentro un’altra me stessa, più piccola, sempre più piccola, più preziosa e nascosta, sempre più preziosa e nascosta, più spaventata, sempre più terrorizzata e spaventata di venire ancora sprecata

… ma intanto, dal mio silenzio amniotico, dentro il mio tronco di betulla intagliato, seguivo il tuo richiamo, sentivo la tua voce da lontano, scuotevo la testa e recalcitravo, temevo non avresti retto il peso e invece mi hai preso in braccio e mi ha portato in superficie, sei venuto fino alla radice e mi hai tirato fuori, mi hai portato i fiori e c’era il sole ed era accecante e sembrava quello che avevo nascosto nel mio piccolo interno io, così vivo e brillante da far male agli occhi da sembrare un gioco di specchi.
ayse

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