LO QUE ME GUSTA


"Lo que me gusta de tu cuerpo es el sexo. Lo que me gusta de tu sexo es la boca. Lo que me gusta de tu boca es la lengua. Lo que me gusta de tu lengua es la palabra."

Julio Cortàzar -



martedì 21 luglio 2009

DEWDROPS - RACCONTO INTERATTIVO



DEWDROPS

Di Luce e ayse.
Racconto a 4 mani sei anime e mille daemon
Liberamente tratto dai "Diari di Pepe" e dai riflessi in controluce di "Cartavelina".
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Dai "Diari di Pepe"

Avevo rincontrato Riccardo dopo tanto tempo. Mi aveva detto che era stato in viaggio per l’Europa.Ci siamo rivisti in quello splendido posto che sono i giardini della Villa Reale, a Milano. Non ricordo come ci fossi arrivato, forse seguivo Luce, forse … boh. Fatto sta che incontrai Riccardo e ci mettemmo a chiacchierare.
Era strano. Si portava addosso – sotto le palpebre – i segni di qualcosa di intenso, come una malattia. Gli chiesi di raccontarmi. La prima volta che la incontrai era agosto. Un agosto caldo. A Madrid. Al giardino botanico reale.Nel naso avevo ancora l’odore dell’erba fresca tagliata. Venivo investito dal profumo dei fiori orientali, del grande baobab e delle palme da cocco, dall’aroma forte delle orchidee e di mille altri fiori di cui non conoscevo neppure il nome.L’aria era umida. Di più: era bagnata. Bagnata del fiato degli alberi.
Aveva la puzza dei visitatori, anche la mia. Anche la sua.La urtai mentre, sovrappensiero, portavo avanti i miei passi pensando ai colori violenti della dionea, alla sua lussuria. Sì, la lussuria di una pianta carnivora: tanto bella e seducente, al punto da farsi mordere, mangiare da lei. Aveva un vestito leggero a fiori, senza maniche, abbottonato sul davanti – sebbene fosse parecchio aperto sul suo seno – che le arrivava a metà coscia.I capelli neri si incollavano alla nuca sudata. Come l’orlo della sua gonna alle sue gambe.
Il contatto lasciò sul mio braccio l’umido del suo corpo accaldato. Era una donna calda.Aveva i piedi nudi, se non fosse stato per le ciabattine infradito che indossava per camminare, ma non portava il reggiseno. Lo notai perché era troppo bello indugiare sulla pelle abbronzata e imperlata di sudore che copriva il suo sterno tra due seni rigogliosi, ma non esagerati «Perdone…» dissi guardandola negli occhi, usando una delle pochissime parole spagnole che conoscevo. «Non è nulla, – rispose lei in un italiano meno stentato del mio spagnolo – anche a me, qui dentro, capita sovente di distrarmi.
Lei viene spesso in questo giardino?».«È la prima volta che vengo a Madrid», le risposi. «Bene – disse sorridendo – dove alloggia?»Già, dove alloggiavo? «Non lo so ancora … sono appena arrivato e non ho cercato un albergo».«Vale! È ancora meglio. Madrid è umida in agosto. Prendo il treno questo pomeriggio per andare nel mio paese natale. Sono di Granada. Vieni con me. Ti piacerà l’Andalusia». Era passata dal “lei” al “tu” in modo inaspettato e naturale, come inaspettata e naturale era stata la sua proposta. Accettai.
Granada profumava di donne e di spezie. Aveva nei palazzi lo stesso colore delle sue gambe, che avevo osservato nel nostro viaggio di quasi cinque ore…”Riccardo continuava a raccontare, io ascoltavo leccandomi una zampa, Luce mi guardava di sbieco.Eravamo usciti dalla vasca da bagno. Stavamo a mollo da ore ormai, per scacciare la calura.
Il sudore scendeva in languide gocce cristalline e salate sulla nostra fronte, sulla pelle, mischiandosi all’acqua. Acqua intorno e acqua che usciva da dentro. Lacrime di caldo soffocante, torrido. Niente cancellava gli odori che permeavano ormai la stanza.Erano odori che venivano dall’interno, erano odori pungenti, di chi mangia speziato e non usa profumi artificiali.
Li respiravamo da tre giorni ormai, come se avessimo bombole da sub e boccagli collegati da un corpo all’altro.Lei, chissà come mai, dietro al collo e tra i seni sapeva sempre – quasi sempre – di fragola e biscotto. Tra le gambe il suo sapore era più forte e umido, pregnante. Quasi uno strano miscuglio di orzata e carne alla brace, ma forse era l’incontro tra i miei umori e i suoi che creava quella mistura. In realtà ormai sapeva solo di me, del mio sperma e della mia saliva, mischiati.Io – così mi disse allora – avevo un odore pungente, lo sentiva quando infilava la testa sotto le mie ascelle a trovare riposo e respiro.
Un odore che sapeva di ferro e muschio e di qualcosa come di terra e chiodi di garofano – odore di maschio, diceva – che ti rimaneva addosso e si mischiava all’aria.La stanza era come la foresta pluviale, come il giardino botanico dove l’avevo incontrata: umida, torrida, a stento si respirava. Aria d’agosto tropicale.Il letto era come una zattera che attraversava un fiume. Un fiume che era il doppio del Rio delle Amazzoni. Un fiume di perdizione e oblio. Di sesso e di sperma. Di sudore e umori uterini. Di lacrime e saliva. Il nostro Caronte si chiamava passione: ci traghettava da un riva all’altra di continuo... spossandoci e rigenerandoci senza sosta.
Ogni nostro gesto si svolgeva tra le perle di sudore che scivolavano sui nostri corpi nudi. L’afa rendeva il respiro affannoso, come in una sauna, come in una bolla di umidità, come in quella nostra realtà liquida, fatta di sogno e scopate furiose, a volte lente e altalenanti, dondolanti, a volte vere e proprie battaglie con armi bianche, fatte di unghie e lame.
Attacchi e difese, tra scudi di ossa e lance di denti.Tutto è lecito in amore e in guerra, anche fare prigionieri. Legarli con corde di seta e accarezzarli piano con petali di cuoio, o percuoterli forte per farli confessare, con scudisci di baci.Quella mattina mia svegliò il rumore della pipì. Isabel stava pisciando. A pochi metri dalle mie orecchie.
Mi alzai, ma anziché cercare il caffè, cercai lei. Isabel. La trovai seduta sul cesso di quel bagnetto, piccolo ma confortevole. Appoggiai il culo al lavandino; stavo di fronte a lei. Che pisciava. La stanza da bagno permeava dell’odore di quell’urina. Isabel aprì le gambe.Vedevo le gocce d’oro scendere da lei. Le sentivo tuffarsi nell’acqua. Ne sentivo l’odore nel naso.«Yo soy tu puta», Isabel mi guardava come non aveva mai fatto.
Mi avvicinai e le misi una mano sotto. La guardai negli occhi neri. «Piscia». E lei lo fece.Era calda. Come il suo sudore. Come quell’agosto. Tra le dita, come seta liquida. Le portai al naso. Sapevano di lei. Della parte più dentro, più “sporca” di lei. Isabel mi prese la mano e la leccò. Io feci lo stesso. Isabel sapeva perché ero in bagno. Con le mani umide del suo piscio mi prese. Mi tirò a se, inginocchiandosi a terra. «Piscia», mi disse. E io lo feci. Su di lei. Sul suo viso. Sul suo seno. Sui suoi capelli.L’urina le scivolava addosso come neve rovente, si depositava sul pavimento del bagno, mentre Isabel apriva la sua bocca per accogliere il mio risveglio duro.
L’avevo presa per i capelli, alzandole il viso e leccandole la faccia come fanno i cani. Poi la scopai a terra. Come fanno i cani. In mezzo a quell’acqua che lei aveva ripreso a mingere. Mentre io montavo la mia troia. Mi puta. Isabel.
Qui finisce il racconto di Riccardo.
Mi affascinava.
Ero curioso di conoscere Isabel. E la conobbi. Ho vissuto con lei per molti mesi (uno dei miei tanti viaggi di cui vi parla il mio uomo, Luce).
Ecco quello che Isabel mi ha raccontato. Oltre a quel che già sapevo.
Quell’uomo le faceva delle cose sordide … e le piacevano da morire. Sempre stata troia, Isabel, ma mai in quel modo. Una troia di classe, diciamo, di quelle che non lesinano tanto a dartela, se gli piaci. Ma non si era mai particolarmente lasciata andare. Il sesso le era venuto a noia, un’abitudine a cui non sapeva rinunciare ma che ormai l’annoiava terribilmente.
Tutti quei rituali, uomini che avevano studiato moderni manuali su come far godere una donna, “L’arte dei preliminari”, “Dieci regole per farla impazzire a letto”... Stronzate. Quell’uomo invece era imprevedibile, la destabilizzava. Non aveva regole, non aveva limiti, non aveva schifo di niente e non c’era cosa che lo fermasse dal prenderla dove, come e quando ne aveva voglia. Cazzo, le aveva pisciato in bocca, l’aveva scopata lì, come una cagna, sul pavimento del cesso, tra il piscio, la polvere e le ragnatele degli angoli.
Un ragno sonnecchiava, poteva vederlo mentre lui la montava.Le era piaciuto, le stava piacendo. Si era sentita davvero una donna, si era sentita davvero scopata. E aveva goduto come una cagna, come mai nella sua vita. Un orgasmo ululato al sole, invece che alla luna. Urlato senza ritegno a un’alba di mezzogiorno che era sorta o risorta come una fenice puttana. Era fradicia, non si era mai bagnata così.
Gli umori le colavano tra le gambe in fili vischiosi. Era indecente, spudorata. L’urina dell’uomo era calda, bollente, in bocca e sul petto, e aveva un sapore forte. Una notte di piscio si era bevuta. Una notte di piscio fatto di vino e pollo al curry. E lui aveva infilato la faccia sotto la sua fica mentre pure lei pisciava. Seduta sul cesso ancora assonnata. Non sapeva neanche di essere sveglia quando l’aveva visto entrare in bagno e allargarle le gambe. «Continua a pisciare», le aveva detto.Senza ritegno se n’era riempito le mani e la bocca. E l’aveva leccata come fanno gli animali, senza movimenti studiati.
Non c’erano tecniche erotiche nei suoi gesti, solo un’istintività primitiva fuori da ogni schema. Ora stava lì, sdraiata sul pavimento, con la faccia schiacciata sulle piastrelle bagnate. Lui la teneva giù e se la chiavava. E lei si lasciava chiavare. Il collo stretto dalle sue mani, la guancia sul pavimento freddo, il sole alto nel cielo.Lui aveva cominciato a volerla in modo morboso. Ad amarla in modo morboso.Amava il suo odore.
Amava stupirsi di quanto fosse porca, sporca, puttana. E ogni volta voleva spingerla a incarnare le sue fantasie. Quelle dei sogni a occhi aperti. Quelle delle chiacchiere con gli amici mezzi sbronzi. Quelle che si immaginano quando si è incazzati.Il giorno che incominciò la loro discesa nel paradiso “diverso” di Margherita (quella del Maestro, di Bulgakov) era un pomeriggio afoso. Lui era già a casa. Aveva passato tutta la mattina con il viso nelle sue mutande, tra le pieghe delle sue gonne di carta velina.
Aveva scopato i suoi abiti stesi sul letto.Isabel era rientrata con le borse della spesa. Una camicia scollata lasciava brillare la sua pelle coperta di quel sudore che era droga. Lasciate le borse, con fare del tutto naturale, si stava spogliando. Per lui. Lo vedeva. Lo guardava. Forse si era tolta le mutandine prima di entrare, perché sotto le gonne nulla nascondeva i suoi peli neri.Isabel amava il sesso. Lui lo sapeva e vedere quel segno rosso sulle sue reni non trovava spiegazione –ai suoi occhi – se non quella del sesso consumato.
Lo aveva visto, pensò Isabel, e non si coprì. Carezzò quella lingua purpurea con le dita. Voleva sfidarlo? Riccardo la prese per i capelli. «Troia», disse senza gridare, guardandola come se la riconoscesse, come se volesse annullarla. Isabel sorrise. Le piaceva sapere che era geloso del suo corpo. La sua fica esalava il profumo dell’eccitazione. Lo conoscevano entrambi, oramai. Tirandola per i capelli le fece male.
La girò di schiena contro di sé. Le strinse il seno come si spreme un’arancia piena. Le faceva male. Isabel stava godendo della sua voglia. Con la cintura di cotone della gonna leggera, Riccardo iniziò a legarle le mani dietro la schiena. Per Isabel era nuovo. Nuovo il suo impeto. Nuovo il gioco. Nuovo quel sentirsi presa. Come una prigioniera. Come una schiava.«Ti piace mostrare i tuoi segni, puta?» lo disse sfilandosi la cintura di cuoio dei pantaloni. «Domani mostrerai questi». Il primo colpo arrivò come un chicco di grandine al sole. L’aveva colpita forte. Sulle natiche. E le sferzate continuavano. Sulla schiena. Sulle gambe.
Una mano tra di esse, per scoprire che era bagnata. Riccardo la prese così. China sul tavolo, con le gambe larghe e i segni della cintura che le decoravano il bellissimo corpo. La prese così. Con foga, ma non con rabbia. Le tirava i capelli. Aveva voluto il culo. La sfondava, come se volesse imprimere la sua pelle su quella di lei. Poi, improvviso si staccò da lei, girandola e dandole uno schiaffo doloroso. Isabel cadde in ginocchio mentre il cazzo ruggiva la libidine bianca e viscosa sulle sue gote, sui capelli.
Nella bocca.Isabel piangeva. Anche Riccardo piangeva. La aiutò ad alzarsi. La slegò. Le mise la gonna larga e la camicetta, lasciandola nuda sotto le vesti, così com’era entrata. Massaggiò la sua stessa sborra sul viso di Isabel.«Vai a comperare le sigarette». Isabel lo guardava interrogativa, senza fiatare. «Non lavarti. Voglio che puzzi di me», era stata la risposta di lui.Camminava per la strada sentendosi addosso i segni della cinghia.
Bruciavano come lingue di fuoco. Bruciavano come le lacrime di lui, che gocciolavano come cera bollente sul suo collo. Non era stato dolce né tantomeno delicato. Era stato primordiale, animale. Ma non cattivo. Camminava come se tutti potessero sentire che puzzava di sesso e di sudore, sentendosi addosso l’odore di lui. Ma come cazzo stava, pensava tra sé e sé. Non si era mai lasciata usare in quel modo.
Ma chi cazzo era quell’uomo che si permetteva di agire così nei suoi confronti. E perché mai lei amava così tanto stuzzicarlo, sfidarlo. Diciamoci la verità, se le andava a cercare. Eppure, anche se gli permetteva di fare certe cose, sentiva crescere in sé un certo potere. Sentiva che aveva lei il controllo; la reazione che Riccardo aveva avuto al suo rientro dalla spesa ne era la dimostrazione. Era geloso di lei, e questo lo rendeva schiavo. Era un cane che si mordeva la coda. Lui non poteva più fare a meno di lei.
Lei non poteva più fare a meno di volerne sempre di più, di quell’uomo. Avrebbe dovuto sentirsi umiliata, maltrattata, e invece si sentiva appagata, si sentiva bene, si sentiva se stessa, esaltata e serena. Si sentiva ingorda e sapeva, o sperava, che lui, di lei, non si sarebbe mai saziato.«Due pacchetti di Fortuna», disse al tabaccaio.
Mise le sigarette nella capiente borsa di paglia e uscì. Invece di prendere la strada di casa, dove lui l’aspettava, s’incamminò verso il centro. Passò ore e ore a girovagare per le strade, persa nei propri pensieri, come in trance. Quando decise di rientrare, erano ormai passate diverse ore e il sole era calato. L’odore caldo e afoso della sera le si stava appiccicando addosso, mescolandosi a quello dello sperma. I suoi umori si erano seccati tra le gambe. Immaginava che lui si sarebbe infuriato per il suo ritardo. Forse ne aveva paura, forse invece lo sperava. Riccardo, dopo che lei fu uscita, era rimasto fermo, immobile a guardare il tavolo. Quel tavolo dove Isabel si era lasciata violentare. Si era piegato sulle ginocchia.
A terra le gocce del loro amplesso. Alcune gocce del suo sangue. Le aveva rotto il culo. Isabel si era fatta rompere il culo. Quel segno non lo avrebbero visto, né sentito, ma lui sapeva che c’era. Isabel voleva quello sperma, il suo, sul viso. Isabel voleva il suo odore. Il cazzo di Riccardo era sporco di sangue. Non si lavò. Oramai le carte si erano mischiate.
Non c’era padrone, non c’era servitore. Isabel lo aveva reso schiavo, come schiava era lei. Entrambi prigionieri l’uno dell’altra. Con lui aveva scoperto la femmina che agli altri non era concesso di conoscere. Una Femmina. Una donna con le calze di seta, con la fica pelosa. Una donna che non si lasciava più scopare, perché il sesso non le bastava. Senza rientrare lei si fermò a comperare dei fiori, degli incensi e delle candele.
Acquistò un piccolo scrigno di cedro profumato. Andò da un parrucchiere: si fece tagliare i capelli, e se li fece dare. Non voleva che andassero buttati e li mise nello scrigno. A casa Riccardo riordinò; lavò dal pavimento i segni della loro battaglia, si mise a cucinare: carne rossa, al sugo, piccante. Isabel avrebbe portato il vino. Lo sapeva.
Non rientrava ma aveva già preso le sigarette, di sicuro. Quando tornò, la casa profumava di ambra e di olio di lino. Riccardo aveva dipinto. A una parete era appeso un quadro dove Isabel si mostrava con i capelli corti, su un letto arruffato, e le gambe aperte. Era rosso e giallo. Come il sole e come il sangue. Isabel indossava un cappello a falde larghe – un acquisto del suo pomeriggio – a nascondere la corta zazzera.
Lui la aspettava fumando di fronte alla finestra. Isabel temeva che si sarebbe arrabbiato per il suo ritardo. Ma … la tavola apparecchiata a terra, il quadro, la casa in ordine. Le si avvicinò senza parlare. Le tolse il cappello guardando quello che era il suo disegno trasformarsi in qualcosa di vero. Isabel abbassò la testa. Tra le mani teneva il piccolo scrigno di cedro profumato. Glielo porse. Riccardo la guardò con le lacrime agli occhi. Sapeva cosa conteneva. Aprì lo scrigno e toccò il suo contenuto con le mani.
Prese Isabel e la accompagnò al centro della sala. Pose lo scrigno sotto al quadro e la spogliò. La “tavola” consisteva in un legno grezzo su cui era poggiato un piatto di carne rossa, al sugo. Piccante. La fece sedere su un cuscino. Non c’erano posate. Né piatti. Riccardo immerse le mani nel grande piatto da portata e portò alla bocca un pezzo di carne unta. Lo morse. Lo porse alla bocca di Isabel. Il sugo le cadeva sul seno e sul mento. Accennò a pulirsi, quasi istintivamente, ma lui la fermò. Tolse la mano e la ripulì leccandola.
La spinse indietro, facendole perdere l’equilibrio. Le lasciò una manata di sugo sul petto, che prontamente leccò e ripulì. Isabel si ritrovò sdraiata a pancia all’aria, il grande vassoio tra le gambe divaricate. Riccardo si mise a quattro zampe e le andò vicino, immerse la mano nella carne e nel sugo, ne prese una manciata e la mise sul suo ventre morbido, come a volerlo riempire, farcire.
Poi iniziò a mangiare da lì, dalla pancia di Isabel, usando la sua pelle come piatto. Mordeva la carne. Alle volte era quella di manzo piccante, altre affondava i denti in quella dolce e tenera della femmina . Leccava sugo e sudore, la lingua in fiamme dalla passione e dal peperoncino. Lei aveva gettato indietro la testa, sussultava a ogni morso, inarcava il bacino a offrirsi. Unto e sugo sulla pancia, nell’ombelico e tutt’intorno. I segni dei morsi di Riccardo iniziavano a comparire tra le macchie di pomodoro. Lenti rivoli oleosi e arancio scuro colavano tra le gambe, il peperoncino lasciava scie brucianti dove la pelle era più sensibile, tra i peli della fica, nelle pieghe dell’inguine. Lui leccava, ne prendeva ancora e si serviva di nuovo di lei e di spezzatino.
Poi le versò il vino, un Pignacolusa rosso e ubriacante, direttamente in bocca… Ne tirava grandi sorsi direttamente dal collo della bottiglia e lo lasciava scivolare fuori dalla bocca direttamente in quella di lei. Le labbra aperte e gonfie di morsi e di baci ricevevano tutto quello che lui vi infilava dentro. Non vi era distinzione di sapori, era tutto carne e sangue, cazzo e vino, manzo e saliva. Quella notte fecero l’amore in un modo diverso: Riccardo si nutriva di Isabel. Isabel era nutrita da Riccardo.
Cambiò il loro modo di pranzare e cenare: non v’erano più posate alla loro tavola. Lui intingeva le mani nel couscous, nella carne unta, spezzava il pane, raccoglieva il miele e lo portava alla bocca di lei, poi alla sua. «Leccami le dita», le diceva. Arrivò a mettere il miele sui piedi, tra le dita dei piedi. «Succhiami», diceva. E Isabel succhiava. Isabel leccava. Isabel mordeva. Isabel apriva la bocca e aspettava come un pulcino che le si versasse cibo, acqua, sputo, sborra. Ogni cosa venisse da lui per lei era nutrimento.
Da “I diari di Pepe”, giorno x di quel folle racconto.Pepe ancora ascoltava, Luce dormiva da tempo ormai, non aveva certo la pazienza di un gatto.
«Non ti ho mai vista scopare». Riccardo diceva scopare, non fare l’amore. «Ma se mi fotti tutti i giorni», aveva risposto Isabel, interrogativa. Lei diceva che si faceva fottere, le piaceva come quella parola le riempiva la bocca. «Sì, tutti i giorni… ma non ti ho mai vista scopare». Silenzio. «Alzati – ordinò Riccardo – voglio guardarti». La prese per un braccio, non con rabbia, ma con forza, con fame, col delirio dei rossi color mestruo della loro cucina.
La portò in auto nel centro di una via, dove passeggiavano le puttane, i “femminielli” di Granada, i guardoni, i satiri. Fermò l’auto e prima di scendere l’avvicinò a sé, le morse il collo, le strappò le mutande. «Vieni», le disse trascinandola sul marciapiede. Camminarono poco. Riccardo si fermò davanti a un ragazzo, sui venticinque anni: ignorante ma bello. «Quanto vuoi per scoparla?» «150 pesetas», aveva risposto il cacciatore di solitudini e tristezze. «Te ne dò 300», aveva ribattuto Riccardo. «Andiamo in quella pensione: te la scopi finché non vieni. Io guardo. Seguitemi». «Cos’è? Non ti tira più ?» chiese il puttano. «Io pago, tu stai zitto», ringhiò Riccardo. «D’accordo».
Non era nuovo alle stranezze, anche se nuovo era il modo in cui Riccardo glielo aveva chiesto: di solito i mariti cornuti, o impotenti, stavano fuori dall’auto, guardavano da lontano masturbandosi, o non guardavano proprio e tornavano dopo una ventina di minuti, a cose fatte. La pensione era vecchia e caduca, ma non sudicia.
Riccardo sedette su una sediola. «Spogliala – disse al ragazzo – piano… e poi scopala» Il ragazzo si avvicinò a Isabel, che ora non tremava più come all’esterno della stamberga. Il vecchio e lurido proprietario non l’aveva nemmeno riconosciuta. Il suo sguardo bruciava della stessa sfida che… Si lasciò togliere piano il vestito, non indossava biancheria intima. Era bellissima. Anche il ragazzo si fermò a guardarla. «Spogliala e scopala, disse Riccardo. «Sono io che guardo. Tu scopa». Isabel si buttò all’indietro sul letto, mentre il ragazzo si toglieva le poche cose che lo coprivano. Lei aprì le gambe e lo chiamò a sé: «Leccami la fica» disse.
Con una mano teneva la testa del maiale tra le cosce, con gli occhi guardava il suo uomo. Isabel gemeva. Forte, come non era abituata a fare, quasi fingesse. La sua acqua sgorgava bagnando le labbra del suo sesso e colando fino all’ano. Isabel godeva. Isabel guardava il suo uomo. Il ragazzo si alzò ed entrò senza grazia in quel corpo che non gli si offriva, ma che gemeva di lussuria. Il ragazzo scopava in modo ignorante, l’alito gli puzzava di sigarette senza filtro .
La sbatteva e Isabel gli conficcava le unghie nella schiena. La scopava e Isabel gli tirava i capelli. Riccardo guardava. Senza toccarsi, senza respirare, senza muoversi. Anche i suoi occhi bruciavano di lussuria e gelosia. Isabel guardava il suo uomo. Venne, urlando un orgasmo teatrale. Morse il giovane su una spalla e lo fece sanguinare.
Spaventato, si staccò da lei e imprecando –aveva già preso i suoi soldi – se ne andò dalla stanza lasciando aperta la porta fatiscente. Riccardo si avvicinò a Isabel. Le tirò uno schiaffo forte, spaccandole il labbro inferiore già sporco di regina del loro castello, anche quando Riccardo invitava alcuni artisti: musicisti, scrittori, puttane, ballerini di flamennco.
Isabel serviva, ora nuda, ora agghindata, e nessuno sapeva reggere il suo sguardo. Solo le donne ci riuscivano; la desideravano e alcune volte lei le invitava a restare. Per cibarsi di lei, per offrirle al suo Padrone.Una sera, Riccardo rientrò con un cartoccio di una pasticceria. Dolci! Aveva pensato Isabel. Ma dentro c’erano un vasetto di cioccolato liquido e un pennello.Riccardo la spogliò sulle note di una musica lenta, profonda, vibrante, carica di sesso.
La fece stendere sul legno del pavimento e cominciò a scrivere sul suo corpo.“Yo Puta”, cominciava la poesia, e parlava di lei, di loro, della carne, del sugo, del sangue. “Yo Puta”. Finiva la poesia. Poi Riccardo la guardò negli occhi: «Voglio mangiarti», le disse e cominciò a leccare le parole sulla pelle.Isabel aveva sete di lui, di Riccardo. Aveva cominciato a fare una cosa molto strana: ogni volta che lui le veniva dentro, lei andava, poi, in bagno e raccoglieva il frutto del loro amplesso e del loro amore in una boccetta.
La riempiva ogni volta facendo scivolare quel frutto dalla sua fica nel vetro.Una sera, mentre lo aspettava, prese quella boccetta che riempiva oramai da settimane, conservandola in frigorifero. Ne riempì un calice, come quelli che usavano per il vino buono. Lo scaldò con le mani, guardandolo. Poi lo portò alla bocca e ne bevve.Sentiva la bocca riempirsi del seme di Riccardo. E ingoiava. Ingoiava quel seme che per lei era diventato ossessione.
Lo voleva ovunque, sul suo corpo, sugli occhi, tra i capelli, tra le mani, tra i denti.Una volta, uscendo senza essersi lavata, una prostituta l’aveva schernita: «Puzzi di sborra chica!»«Io non puzzo – le aveva risposto Isabel – questo profumo me lo ha dato il mio uomo».Un’altra sera Riccardo tornò con una bottiglia di Rioja, un Marque de Riscal, tinto. Rosso come il sangue. Nel versare il vino un bicchiere le era caduto di mano e Riccardo, nel raccoglierlo, si era tagliato.Isabel, quando vide il sangue, ebbe un impulso forte.
Si inginocchiò ai piedi di Riccardo, prese la sua mano e la portò alla bocca. Bevendo del vino e del sangue.Il suo viso era quello di un vampiro. Sangue e vino le coloravano il volto, tutto attorno alla bocca, a quelle labbra truccate di sangue e di fame.Fecero l’amore. Fottimi, chiedeva Isabel. Sono dentro, diceva Riccardo.Il rito del seme non s’era più ripetuto.
Quello del sangue sì, in due occasioni, e in una di queste Isabel lo aveva raccolto e lo aveva mischiato al suo mestruo. La sera Riccardo lo aveva mangiato, senza saperlo, insieme alla carne.Leccava come un cane, e sbavava su Isabel.La voleva consumare con la lingua, la voleva incidere coi denti, la voleva assimilare nel suo corpo, farla sua, lasciarla scorrere dentro di sé, metabolizzarla all’interno del suo organismo.
Era suo, lei era la Signora incontrastata che possedeva la sua anima, sua mente e il suo corpo.La donna non si accorse delle scintille di follia negli occhi di Riccardo, forse perché erano identiche a quelle che brillavano nei suoi .Lo lasciava leccare, godeva del calore di quella lingua avida.«Voglio partoriti», gli disse. «Voglio essere tua madre, non mi basta essere la tua donna, la tua puttana, la tua cagna, la tua padrona e la tua schiava.
Voglio che tu entri dentro di me come un figlio. Voglio partoriti. Sentirti uscire dalla mia fica come la testa di un bambino, tenerti dentro di me come un feto».Riccardo si scosse dalla sua frenesia di leccarla e la guardò.Non era mai stata così bella.Aveva già gli occhi dolci e languidi di una madre in attesa.Aveva già quell’espressione sognante che si disegna sul viso delle donne incinte.Un bambino … Ma non si riferiva a quello, lei non voleva un figlio, voleva che lui fosse suo figlio.Si stavano ammalando, si stavano ammalando di un dolore e di una follia d’amore mai vista prima. Si sarebbero annientati, consumati, ammazzati di amore.
Lo sapevano entrambi.Riccardo si perse dentro di lei, passando dagli occhi. Li teneva aperti, sempre, e lo fissava.Ora anche lui desiderava dondolare all’interno del grembo di Isabel, desiderava che quella donna lo mettesse alla luce. Voleva rinascere da lei, tra le sue cosce.Se doveva vivere in questo mondo di delirio e frustrazione, almeno che fosse lei a mettercelo, in questo mondo.Lentamente, molto lentamente, cominciò a entrarle dentro, ad annidarsi, a infilarsi tra i suoi peli neri e lucidi di umori.
La mano, tra le gambe, piano piano scompariva nel ventre di Isabel, in quella grotta scura e accogliente, calda e umida e stretta. Un dito poi l’altro fino al dorso, in un infinito parto all’incontrario, come una scena alla moviola.Lui si rifugiò dentro di lei e lì rimase per un tempo che potevano essere nove mesi, o forse nove anni, o nove porte, o nove code. Lo spazio di un secondo aveva l’elasticità di una vita.
Lei dondolava su un fianco con la mano di Riccardo dentro fino al polso. Lo cullava dolcemente, lentamente, lo avvolgeva, contraeva i muscoli dell’utero per farlo sentire accarezzato, trattenuto, voluto.Si addormentarono così, l’uno dentro l’altra. La gestazione di Riccardo. Lui si era raggomitolato in posizione fetale in mezzo alle cosce di Isabel.Al risveglio sentì che era ora, che Riccardo doveva rinascere da lei, che avrebbe dovuto partorirlo.
Si sentì molto triste. Non poteva tenerlo dentro di sé tutta la vita.Iniziò a spingere …Quel rapporto li stava consumando, li portava alla follia. Isabel aveva l’ossessione di perderlo: perdere quell’uomo che parlava alla sua pelle, al suo ventre, ai suoi seni … perdere quell’uomo e l’amore incondizionato che nessuno le aveva mai dato prima, in quel modo così pulsante e vero.Chiamò la sua vecchia balia.
Voleva un incantesimo d’amore, una pozione che potesse legarlo per sempre a lei. Aveva paura, si sentiva insicura, le serviva una magia per essere certa che non lo avrebbe mai perso.«Gli incantesimi d’amore sono come boomerang Isabel, fai attenzione. Prima o poi tornano indietro e non sai mai cosa ti riportano.» Fu allora che iniziò a mischiare il mestruo al cibo, a bere il seme, a intrecciarsi nastri colorati nei capelli, ormai ricresciuti.Legamenti, legature, legami, come i canapi che usava Riccardo per immobilizzarla, come la corda sottile che li aveva uniti, come il filo spinato sul quale camminavano sospesi nel vuoto.
Gli preparava il bagno, gli appariva stanco, scavato. Si inginocchiava di fianco alla vasca e lo lavava con cura passando la spugna in gesti lenti e circolari, in senso orario. L’acqua profumava di strane essenze, rosa canina, papavero, rosmarino, noce moscata, petali di rosa, miele, verbena. Candele rosse erano accese dappertutto per la casa, notte e giorno.
Senza che lui se ne accorgesse, lo segnava con strani simboli tracciati sulla pelle, come farebbe un prete cresimando. Custodiva il suo corpo, il corpo del suo uomo, e se ne prendeva cura con rituali che aveva appreso dalla balia.Lui non capiva, si lasciava accudire, si lasciava fare abluzioni, pensava che fosse il modo di Isabel per dimostrarsi devota e innamorata.Amore incondizionato, pensava Isabel. La paura di perdere quell’amore.
Per questo si era rivolta alla sua balia. E lei le aveva detto che gli incantesimi tornano indietro. E così era accaduto, senza che lei se ne rendesse conto. Quell’incantesimo che si ripeteva ogni giorno nelle abluzioni, nelle carezze, nei baci, nella dedizione per renderlo “schiavo”, per fermare quell’amore nello spazio e nel tempo … le era tornato indietro, rendendo lei “schiava”.Schiava di quel corpo da accarezzare e accudire. Schiava di quella bocca da baciare. Schiava del suo cazzo. Schiava delle sue mani. Schiava delle sue parole. Dei suoi colori. Dei suoi odori.Schiava del suo amore.Schiava lei, che mai come ora si era sentita libera.Libera di amare o di non amare, perché il loro non era un rapporto come gli altri: “ti dò se mi dai”. Lui la amava e basta. Senza chiedere. Libera di essere femmina o puttana, regina o geisha, signora o serva.Libera di vestirsi di niente.Libera di non sentire.Libera di vivere, di mangiare con le mani, di prendere un gatto e di fare pipì.Libera di volere.Libera di dare.Riccardo era il mago e la vittima di quell’incantesimo che gli avevano fatto.
Non era stata la donna, ma il destino, il tempo, le goccioline umide del giardino botanico e quelle della rugiada sulle finestre al suo primo risveglio nella casa di lei.Riccardo aveva vissuto la sua stessa nascita. Dalla pancia di Isabel, dalle sue carni, dalla sua figa.Aveva vissuto un tempo che non aveva un inizio né una fine nel suo grembo. Si era nutrito dal suo sangue, aveva sentito i rumori che la circondavano, visto gli occhi che la bramavano.
L’aveva toccata da dentro e, poi, si era fatto di nuovo uomo squarciandola e ricucendola. Lasciando nel suo grembo un fiore che non sarebbe mai appassito.E ora, Riccardo voleva dare a lei la stessa gioia, farle lo stesso regalo: quello di permetterle di entrare in lui. E una sera, rientrando, Isabel trovò la tavola apparecchiata con enormi piatti di rame, e candele, e vino. E in mezzo alla tavola c’era un quadro, in cui Isabel era dipinta dal vento tra le nuvole, come fosse aria. E si spogliarono. E mangiarono nudi assieme.
Poi, Riccardo bruciò il quadro.Mentre il quadro bruciava anche Isabel svaniva, trasformandosi in aria, con il suo odore di donna che Riccardo respirò dal naso. E trattenne il respiro. E poi la soffiò dalla sua bocca, per ridarle forma e carne e colore.«Non m i perderai Isabel. Perché sei la mia aria e io ho bisogno di te per vivere.»Ma ogni volta che Isabel si allontanava, a Riccardo mancava quell’aria. Come se soffocasse. E senza Riccardo, Isabel sentiva vuoto dentro il ventre, tanto vuoto da stare male.

FINALE NUMERO 1

Gli occhi di Riccardo si erano riempiti di lacrime. Il suo racconto s’era fermato. Non io, che ascoltavo. Ascoltavo anche il suo silenzio.«Cosa è successo poi?», gli avevo chiesto.«L’ho uccisa.»«Perch黫Perché non potevo più farne a meno. Perché era sempre più difficile respirare quando lei non c’era. L’ho bruciata, come il quadro. Non ha fatto fumo. Lei era aria … ed è tornata ad essere aria, senza costrizioni, senza confini, senza limiti.»«Ma tu… ora… come fai senza di lei? Non ti manca l’aria?»«Tu respiri ora Pepe? Cosa respiri? Aria, Pepe, stai respirando aria. E io sono schiavo suo più ancora di prima, perché senza lei non ho senso di esistere. Ora vado, Pepe, il mio cielo mi aspetta … la mia aria mi chiama.»Riccardo aveva posato il suo bicchiere sul tavolino del bar. Aveva aperto le sue ali e aveva spiccato il volo.Lo guardavo salire in alto, tanto in alto come nessun altro uccello avrebbe mai potuto fare e, poi, lo vidi buttarsi a capofitto nella sua aria, nel suo cielo, in evoluzioni così belle, così armoniose che non mi accorsi che era scesa la notte. E ancora lui volava. E ancora io guardavo quanto era bello il loro amore. Esistevano per darsi un senso.

FINALE NUMERO 2

Isabel guardava tra i riflessi di rame e di vino rosso. Lo vedeva così, attraverso il fuoco del quadro che crepitava bruciando.Un incredibile dio cornuto, come quello venerato durante i fuochi di Beltane in tempi molto, molto lontani.Stavano vivendo il loro calendimaggio, il loro sabba, il loro rito di prosperità. A Beltane si accendevano fuochi e falò per purificare, Erano una traccia indelebile degli antichissimi riti quelli che anche loro stavano compiendo inconsapevolmente. Bruciavano l’uno per l’altra, l’uno dentro l’altra... Stavano celebrando il loro rito. Si guardavano negli occhi, il Dio Cornuto, possente, virile, possessivo, forte e la Dea Bianca, occhi di grano, assoluta protettrice della morte e della rinascita, carne fertile e nutrimento... Lei era la loro morte e la loro rinascita.Riccardo iniziò a non sembrare più se stesso... Pepe se ne accorse mentre pigramente, sdraiato sul pavimento, giocherellava con una mosca moribonda.Copriva l’insetto con la zampa, poi lo liberava per un attimo, dandole l’impressione di poter volare via... ma la riaffossava subito dopo. L’amore che stava descrivendo Riccardo, quell’amore che tanto lo aveva segnato, a Pepe pareva proprio la parodia del suo gioco con la mosca.Smise di infastidire l’insetto, lo finì con una zampata. La mosca lo aveva annoiato e stava cercando di capire perché ora Riccardo piangesse.L’amante era tornato. Non era un amante, era il marito di Isabel. E arrivò bussando con un figlio in braccio...Lei andò via con lui... sembrava autistica.Dopo qualche mese morì. Si sa , senz’aria non si può sopravvivere.

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Luce e ayse ©

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